2) So di non sapere.
Siamo di fronte ad una delle tesi pi famose di tutta la storia
della filosofia: quella della docta ignorantia, che Socrate
espone in un momento drammatico della sua vita, durante il
processo che si concluder con la sua condanna a morte.
L'equilibrio fra una grande fiducia nella ragione e la profonda
consapevolezza della propria ignoranza  uno dei doni pi preziosi
che il filosofo Socrate ha lasciato in eredit ai posteri, fino ai
nostri giorni.
Platone, Apologia, 20 e-23 c (vedi manuale pagina 69).
1   [20 e] [...] Della mia sapienza, se davvero  sapienza e di
che natura, io chiamer a testimone davanti a voi il dio di Delfi.
Avete conosciuto certo Cherefonte. Egli fu mio [21 a] compagno
fino dalla giovinezza, e amico al vostro partito popolare; e con
voi fu esule nell'ultimo esilio, e ritorn con voi. E anche sapete
che uomo era Cherefonte, e come risoluto a qualunque cosa egli si
accingesse. Or ecco che un giorno costui and a Delfi; e os fare
all'oracolo questa domanda: - ancora una volta vi prego, o
cittadini, non rumoreggiate - domand se c'era nessuno pi
sapiente di me. E la Pizia rispose che pi sapiente di me non
c'era nessuno. Di tutto questo vi far testimonianza il fratello
suo che  qui; perch Cherefonte  morto.
2   [b] Vedete ora per che ragione vi racconto questo: voglio
farvi conoscere donde  nata la calunnia contro di me. Udita la
risposta dell'oracolo, riflettei in questo modo: Che cosa mai
vuole dire il dio? che cosa nasconde sotto l'enigma? Perch io,
per me, non ho proprio coscienza di esser sapiente, n poco n
molto. Che cosa dunque vuol dire il dio quando dice ch'io sono il
pi sapiente degli uomini? Certo non mente egli; ch non pu
mentire. - E per lungo tempo rimasi in questa incertezza, che
cosa mai il dio voleva dire. Finalmente, sebbene assai contro
voglia, mi misi a farne ricerca, in questo modo. Andai da uno di
[c] quelli che hanno fama di essere sapienti; pensando che
solamente cos avrei potuto smentire l'oracolo e rispondere al
vaticinio: Ecco, questo qui  pi sapiente di me, e tu dicevi che
ero io. - Mentre dunque io stavo esaminando costui, - il nome non
c' bisogno ve lo dica, o Ateniesi; vi basti che era uno dei
nostri uomini politici questo tale con cui, esaminandolo e
ragionandoci insieme, feci l'esperimento che sono per dirvi; -
ebbene, questo brav'uomo mi parve, s, che avesse l'aria, agli
occhi di molti altri e particolarmente di se medesimo, di essere
sapiente, ma in realt non fosse; e allora mi provai a farglielo
capire, che [d] credeva essere sapiente, ma non era. E cos, da
quel momento, non solo venni in odio a colui, ma a molti anche di
coloro che erano quivi presenti. E, andandomene via, dovetti
concludere meco stesso che veramente di cotest'uomo ero pi
sapiente io: in questo senso, che l'uno e l'altro di noi due
poteva pur darsi non sapesse niente n di buono n di bello; ma
costui credeva sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo,
neanche credevo sapere; e mi parve insomma che almeno per una
piccola cosa io fossi pi sapiente di lui, per questa che io, quel
che non so, neanche credo saperlo. E quindi me ne andai da un
altro, fra coloro che avevano fama di essere pi sapienti di
quello; [e] e mi accadde precisamente lo stesso; e anche qui mi
tirai addosso l'odio di costui e di molti altri.
3   Ci nonostante io seguitai, ordinatamente, nella mia ricerca;
pur accorgendomi, con dolore e anche con spavento, che venivo in
odio a tutti: e, d'altra parte, non mi pareva possibile ch'io non
facessi il pi grande conto della parola del dio. - Se vuoi
conoscere che cosa vuole dire l'oracolo, dicevo tra me, bisogna tu
vada da tutti coloro che hanno fama di essere sapienti. - Ebbene,
o cittadini [22 a] ateniesi, - a voi devo pur dire la verit, -
questo fu, ve lo giuro, il risultato del mio esame: coloro che
avevano fama di maggior sapienza, proprio questi, seguitando io la
mia ricerca secondo la parola del dio, mi apparvero, quasi tutti,
in maggior difetto; e altri, che avevano nome di gente da poco,
migliori di quelli e pi saggi. Ma voglio finire di raccontarvi le
mie peregrinazioni e le fatiche che sostenni per persuadermi che
era davvero inconfutabile la parola dell'oracolo.
4   Dopo gli uomini politici andai dai poeti, s da quelli che
scrivono tragedie e ditirambi come dagli [b] altri; persuaso che
davanti a costoro avrei potuto cogliere sul fatto la ignoranza mia
e la loro superiorit. Prendevo in mano le loro poesie, quelle che
mi parevano le meglio fatte, e ai poeti stessi domandavo che cosa
volevano dire; perch cos avrei imparato anch'io da loro qualche
cosa. O cittadini, io ho vergogna a dirvi la verit. E bisogna
pure che ve la dica. Insomma, tutte quante, si pu dire, le altre
persone che erano presenti, ragionavano meglio esse che non i
poeti su quegli argomenti che i poeti stessi avevano poetato. E
cos anche dei poeti in breve conobbi questo, [c] che non gi per
alcuna sapienza poetavano, ma per non so che naturale disposizione
e ispirazione, come gl'indovini e i vaticinatori; i quali infatti
dicono molte cose e belle, ma non sanno niente di ci che dicono:
presso a poco lo stesso, lo vidi chiarissimamente,  quello che
accade anche dei poeti. E insieme capii anche questo, che i poeti,
per ci solo che facevano poesia, credevano essere i pi sapienti
degli uomini anche nelle altre cose in cui non erano affatto.
Allora io mi allontanai anche da loro, convinto che ero da pi di
loro per la stessa ragione per cui ero da pi degli uomini
politici.
5   Alla fine mi rivolsi agli artisti: tanto pi che dell'arte
loro sapevo benissimo di non intendermi affatto, [d] e quelli
sapevo che li avrei trovati esperti di molte e belle cose. E non
m'ingannai: ch essi sapevano cose che io non sapevo, e in questo
erano pi sapienti di me. Se non che, o cittadini di Atene, anche
i bravi artefici notai che avevano lo stesso difetto dei poeti:
per ci solo che sapevano esercitar bene la loro arte, ognuno di
essi presumeva di essere sapientissimo anche in altre cose assai
pi importanti e difficili; e questo difetto di misura oscurava la
loro stessa sapienza. Sicch io, in nome dell'oracolo, [e]
domandai a me stesso se avrei accettato di restare cos come ero,
n sapiente della loro sapienza n ignorante della loro ignoranza,
o di essere l'una cosa e l'altra, com'essi erano: e risposi a me e
all'oracolo che mi tornava meglio restar cos come io ero.
6   Or appunto da questa ricerca, o cittadini ateniesi, [23 a]
molte inimicizie sorsero contro di me, fierissime e gravissime; e
da queste inimicizie molte calunnie, e fra le calunnie il nome di
sapiente: perch, ogni volta che disputavo, credevano le persone
presenti che io fossi sapiente di quelle cose in cui mi avveniva
di scoprire l'ignoranza altrui. Ma la verit  diversa, o
cittadini: unicamente sapiente  il dio; e questo egli volle
significare nel suo oracolo, che poco vale o nulla la sapienza
dell'uomo; e, dicendo Socrate sapiente, non volle, io credo,
riferirsi propriamente a me Socrate, ma solo usare del mio nome
come di un [b] esempio; quasi avesse voluto dire cos: O uomini,
quegli tra voi  sapientissimo il quale, come Socrate, abbia
riconosciuto che in verit la sua sapienza non ha nessun valore.
- Ecco perch ancor oggi io vo dattorno ricercando e investigando
secondo la parola del dio se ci sia alcuno fra i cittadini e fra
gli stranieri che io possa ritenere sapiente; e poich sembrami
non ci sia nessuno, io vengo cos in aiuto al dio dimostrando che
sapiente non esiste nessuno. E tutto preso come sono da questa
ansia di ricerca, non m' rimasto pi tempo di far cosa veruna
considerabile n per la citt n per la mia casa; e vivo in
estrema [c] miseria per questo mio servigio del dio. [...].

 (Platone, Opere, volume I, Laterza, Bari, 1967, pagine 38-41)
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